Chi era Attilio Sartori
Per la gente della sponda sinistra del Verbano Attilio Sartori era semplicemente «l’eremita dei Monti di Gerra». Ognuno lo dipingeva a modo suo, il più delle volte senza nemmeno averlo conosciuto o incontrato. Quella che sto per raccontare è la sintesi della sua vita solitaria, per certi versi inspiegabile. Mi sono trovato sulle tracce di Attilio grazie alla testimonianza di alcuni suoi conterranei, in modo particolare Daniele Ferrari, che a quei tempi frequentavano i monti.
«Il nostro eremita» - racconta uno di loro – era un uomo intelligente con una solida base d’istruzione (ottenne la licenza alla Scuola di Commercio di Bellinzona) ma un po’ enigmatico nel suo comportamento. Poco più che ventenne raggiunse Parigi dove ebbe modo di conoscere filosofi, grafologi e umanisti d’avanguardia, con i quali intrattenne rapporti d’amicizia anche dopo il suo rientro in Patria che avvenne negli anni Venti (nessuno ricorda la data precisa). Non si fermò in paese, ma prosegui per i Monti di Vairano per poi raggiungere quelli di Gerra dove la famiglia possedeva un cascinale. Quel luogo idilliaco divenne le sua dimora.
Come visse?
«In simbiosi con la natura», mi risponde Ferrari. «Abitava un locale di pochi metri quadrati, privo di qualsiasi comodità, e raccoglieva l’acqua in un ruscello poco distante. Il dormitorio era un localino sopraelevato raggiungibile con una scaletta. Nella stalla attigua accumulava la legna per l’inverno, che lassù era assai lungo e senza un’anima viva che vi transitasse (la strada non c’era ancora), mentre nei mesi estivi i monti erano molto popolati».
Non scendeva mai al piano?
«Sino a quando i genitori furono in vita, di tanto in tanto, al calar della notte, scendeva a Gerra e si riforniva del necessario (indicato su un foglietto in occasione del viaggio precedente) senza che nessuno lo vedesse. Sui monti aveva un orticello che produceva ottima verdura e nelle vicinanze possedeva diversi alberi da frutta ben curati con numerose pietre appese ai rami (era il suo albero di Natale) per impedire la loro crescita verso l’alto… che avrebbe reso difficoltoso il raccolto».
Poi arrivò la strada forestale…
«Fu la fine del suo isolamento, ma Attilio trovò le contromisure appendendo al cancello del rustico un cartello con indicato l’orario delle visite (erano numerosi i curiosi che volevano incontrarlo per offrirgli un sostegno). Fuori orario non riceveva nessuno, a eccezione della guardie di confine in perlustrazione che non lasciavano mai a mani vuote (gli indumenti grigioverdi, a partire dal berretto… lo inorgoglivano). Anzi, le guardie erano le benvenute soprattutto quando l’inverno lo isolava dal mondo (una volta la neve aveva cancellato il suo nido e il loro aiuto si rivelò prezioso), e gli creava problemi».
Le gente che incontrava l’aveva preso in simpatia?
«Sicuramente sì. Di tanto qualche messaggio gli arrivava e mio padre glielo faceva pervenire, ma soprattutto nell’imminenza delle Feste natalizie il buon Attilio faceva il pieno non solo di messaggi… Da ogni parte della Svizzera e anche dall’estero gli mandavano regali utili: mio padre mi raccontava che quelle erano le uniche circostanze in cui il buon Attilio faticava a nascondere la commozione».
Poi, nel 1982, Attilio ci ha lasciati…
«La tristezza, quel giorno, era sul volto di tutti, ma il nostro eremita è morto come avrebbe voluto, lassù sui monti. A rendergli omaggio c’erano soltanto i fiori dei prati e qualche uccello vagabondo. Una leggera brezza gli ha dato l’ultima carezza mentre scendeva la notte. Il giorno seguente il suo feretro è stato trasportato al piano e deposto nel camposanto del suo paesello».
Articolo tratto da "Terra Ticinese" Agosto 2014 di Diego Invernizzi
Il Natale dell'eremita
Il Regionale, 24 dicembre 1976 "Archivio RSI"
Il Regionale, 24 dicembre 1976 "Archivio RSI"


